Raccolta di rassegne stampa dedicate al Premio Commisso.
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Articolo apparso su Avvenire.
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Autore: F. Panzieri
Articolo apparso su Il manifesto.
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Autore: S. G.
Articolo apparso su La Stampa.
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Autore: G. Boatti
Articolo apparso su Libero.
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Autore: G. Ghini
Articolo apparso su www.sussidiario.net.
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Autore: J. e C. Garrard
Articolo apparso su La Stampa.
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Articolo apparso su Libero.
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Autore: F. Borgonovo
Articolo apparso su Tempi.
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Autore: M. Corradi
TESTIMONI/ 007 al servizio della verità. Una raccolta di inediti sulla vita di Vasilij Grossman.
INT. John e Carol Garrard
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Esce in Italia per Marietti 1820 Le ossa di Berdicev, l’unica vera biografia di Vasilij Grossman (1905-1964), l’autore di Vita e destino, uno dei romanzi più belli e ignorati del XX secolo. Gli autori sono una coppia di studiosi americani, i coniugi John e Carol Garrard, che hanno sacrificato a questa ricerca quasi dieci anni, passati negli archivi per ricostruire giorno per giorno la vita di Grossman. Ne è risultato un affresco dell’intera storia sovietica, inquietante per la descrizione del potere, commovente per la fragilità e la grandezza degli uomini che in qualche modo vi hanno resistito.
Gli studiosi di Grossman – che si riuniranno a Torino dal 19 al 21 febbraio per il secondo Convegno Internazionale – hanno sempre storie particolari. Tanto per cominciare perché bisogna sapere il russo, e poi perché occorre amare i dissidenti non ideologicamente. L’intersezione dei due insiemi, nell’ambiente intellettuale di tutto il mondo, è una piccola cerchia di studiosi dalla personalità marcata e con giudizi taglienti.
Perché avete cominciato a occuparvi di Grossman?
È cominciato tutto nel 1988 a Mosca. Eravamo seduti nella cucina dell’appartamento del noto critico letterario Benedikt Sarnov. È stato lui a chiedere a John di scrivere su Vasilij Grossman, perché nessun altro avrebbe potuto farlo: ai russi era proibito perché Grossman ufficialmente era una non-persona. John era uno studioso accademico ben conosciuto ed accreditato e, per di più, conosceva il russo quasi come un madre lingua grazie agli anni passati nei servizi segreti inglesi. Con la sua conoscenza della lingua poteva cercare di ottenere il permesso per consultare gli archivi, avere accesso ai documenti e fare le interviste. Quando abbiamo rivisto Sarnov, tre anni fa al convegno di Torino, abbiamo capito di aver mantenuto la promessa.
Grossman ha avuto una vita complessa: è stato lo scrittore di regime, il giornalista amico dei soldati, l’autore di un romanzo sequestrato perché «più pericoloso della bomba atomica», come gli disse Suslov, il garante dell’ortodossia sovietica. Alla fine dei vostri studi che idea vi siete fatti: Grossman era il debole firmatario della petizione contro gli ebrei, l’eroico reporter di Stalingrado o l’ebreo solitario e dissidente?
È stato tutte queste cose insieme: lo scrittore di regime, l’eroico giornalista dell’Armata Rossa, l’uomo solitario che sul letto di morte ha rivendicato la sua identità ebraica. Non era un santo: sosteneva i “valori familiari”, eppure per due volte ha avuto relazioni con mogli dei suoi amici. Ma era un uomo coraggioso, che ha camminato tra le fiamme del proprio secolo ed è venuto fuori con l’anima intatta.
Non è stato una spia, non è stato un informatore, non è stato un traditore. Era un uomo di estremo coraggio, fisico e morale. Ha mantenuto la sua umanità, mentre egli stesso veniva minacciato e spiato dallo stato sovietico, e veniva denunciato e tradito dalla gente in cui lui confidava, incluse le persone più vicine.
Per quanto complicata e ambigua sia stata la sua esistenza egli è stato innanzi tutto e soprattutto un uomo d’onore.
Qual è l’episodio per voi più significativo e sintetico della vita di Grossman?
Senza dubbio l’episodio più significativo della vita di Grossman è stato l’assassinio della madre, Ekaterina Vasil’evna, avvenuto insieme a quello di altri 20.000 ebrei tra il 15 e il 16 settembre 1941 a Berdicev, la città natale dello scrittore.
Per tutta la vita Grossman ha rivissuto nella sua mente quei giorni orribili. Incolpava se stesso di non aver agito con decisione per riportare la madre a Mosca. Per questo divenne un altro uomo: l’uomo di estremo coraggio fisico che quasi cercava la morte nei combattimenti di Stalingrado. A sua madre è dedicato il suo capolavoro, Vita e destino. Alla fine della vita stava ancora pensando a lei chiedendo di essere sepolto in un cimitero ebraico. Morì il 14 settembre, per Grossman la vigilia del giorno più terribile di ogni anno. Berdicev è il filo che tiene insieme le complicate matasse della sua vita.
Di Vita e destino impressiona la sensibilità a ogni aspetto della realtà. Da dove gli veniva questa profonda sincerità con la realtà?
La sincerità di Grossman deriva dalla sua libertà interiore. Aveva perso il rispetto per se stesso perché, cedendo alla moglie, allo scoppio della guerra non era corso a Berdicev a prendere la madre per portarla a Mosca. Saputa la morte della madre, non gli rimaneva più niente da perdere. Cambiò letteralmente vita: la vita dell’uomo dei compromessi e del carrierista che voleva farsi strada nell’URRS. Per dirla con le parole del suo alter ego in Vita e destino, Viktor, volle dimostrare di avere “un po’ della tua forza, Mamma”. Da quel momento cercò di dire la verità sull’olocausto e sull’esperienza dei suoi commilitoni, i soldati ordinari dell’Armata Rossa, gli “Ivan” il cui coraggio a Stalingrado ha cambiato la storia. La sua sincerità deriva dal suo rifiuto del compromesso. Non gli importava più nulla eccetto la verità perché la persona che l’aveva amato incondizionatamente, sua madre, era morta e lui ne era colpevole. Il suo coraggio derivava dall’aver già sofferto il peggio: doveva spendere la vita per espiare la sua colpa.
In questa ricerca avete incontrato molte persone che hanno conosciuto, amato, odiato Grossman. Che cosa ha lasciato Grossman? Che cosa ha lasciato a voi?
A chi lo conobbe personalmente e a noi che l’abbiamo conosciuto tramite i libri Grossman ha lasciato un compito. Egli richiama tutti gli uomini d’onore alla battaglia finale della Seconda Guerra mondiale: la battaglia della memoria. Grossman dice di non dimenticare mai, andando avanti senza cedere né alle negazioni né all’angoscia che non si stempera in catarsi.
Dobbiamo farlo, perché anche noi abbiamo di fronte un secolo-lupo (per usare l’espressione di Mandelštam) e anche noi dobbiamo decidere se acquattarci zitti e buoni quando le scelte si fanno difficili oppure prendere le nostre responsabilità nella storia, per essere sicuri che le tragedie del XX secolo non si ripetano.
Personalmente, a Tucson noi facciamo gratuitamente delle conferenze sull’Olocausto e abbiamo costruito un databse delle vittime del ghetto di Brest-Litovsk (jewishgen.org/databases/brest/html). Ma il ruolo centrale lo gioca il Centro Studi Vita e Destino di Torino che, anche attraverso la traduzione del nostro libro, sta portando Grossman in tutto il mondo. La nostra speranza per il destino del mondo, anche quando saremo morti, è che il Centro Vita e Destino estenda a tutti il messaggio di Grossman, le sue risposte alle accorate domande dell’esistenza umana.
Fonte: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=12503
Articolo apparso sul Sole 20 Ore.
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Autore: P. Di Libraio
Articolo apparso sull'Eco di Bergamo.
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Autore: Vincenzo Guercio
Articolo apparso su La Stampa.
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Autore: N. Caprioglio
Articolo apparso su L'Osservatore Romano.
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Autore: S. Gawronski
Articolo apparso su Libero , inerente al periodo passato da V. Grossman in prima linea.
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Autore: D. Brullo
Articolo apparso su La Voce , inerente alla nuova edizione del libro Vita e Destino di Grossman.
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Autore: G. Ghini
Articolo apparso su www.ilsussidiario.net , riguardo la mostra su Grossman a Gerusalemme.
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Autore: G. Maddalena
Articolo apparso su Oggi, riguardo alle iniziative su Grossman al Teatro Piccolo di Milano.
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Autore: pt
Intervista a Lev Dodin, regista dello spettacolo Vita e destino, in scena al Teatro Piccolo di Milano nel Febbraio 2008.
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Autore: pt
Il romanzo della libertà
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Autore: P. Vietti
Da Spinoza a Grossman.Questo è l'uomo.
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Autore: G. Riotta
Mostra a Casale Monferrato
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Autore: ANSA
Mostra a Casale
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Autore: S. M.
Putin e i diritti violati. L'occidente drogato di gas deve dire basta allo zar.
Autore: Non pervenuto
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Okay, se vi parlo di crisi energetica vi viene in mente l'ultimo tempo supplementare degli azzurri con la Francia e se vi dico G8 pensate a uno schema maliardo di Marcello Lippi e se vi dico Russia, insistete - ti sei bevuto il cervello non erano neppure qualificati!
Sveglia ragazze e ragazzi, il Mondiale è finito, abbiamo vinto con grande merito, bentornati (auch!) alla realtà. Che comincia con il G8 di San Pietroburgo dove la nuova Russia di Vladimir Putin presiede il summit dei Paesi democratici. Che grande, meravigliosa città è San Pietroburgo, l'ex Leningrado. Là, nelle notti bianche, nacquero i miti del romanzo russo, il più solido e resistente, capace di fare innamorare generazioni di lettori in cerca di etica. Là la poetessa Achmatova, il cuore spezzato per il figlio perseguitato da Stalin, definita con i peggiori insulti dai burocrati del Cremlino, tenne viva la città con le sue poesie, durante i mille giorni dell'assedio di Hitler. E là il compianto poeta Brodskj cantò una nuova Russia, cosmopolita, capace infine di abbattere il totalitarismo comunista.
Oggi Putin presiede su un Paese che non è nè dittatura nè democrazia. Ha chiuso giornali e radio, ha colpito la Cecenia da dominatore, ha dimostrato di considerare il libero mercato un feudo personale. Il diritto e la libertà di informazione hanno perduto ogni germoglio di libertà, seminato sotto Gorbaciov e Eltsin.
L'Occidente finge di non vedere. Ha sete di petrolio ed è drogato di gas naturale e zar Putin sa che la Russia del XXI secolo è landa ricca di risorse per l'energia. Ha tagliato il flusso di gas in Ucraina per minacciare noi europei: non fate troppo i sottili sui diritti umani o le uova le friggete con il carbone e le vostre industrie restano ferme. Secondo Daniel Yergin, autore del saggio monumentale sul petrolio, la debolezza strategica europea è proprio la dipendenza dal gas russo, e non ci svezzeremo presto. Ma anche il presidente americano Bush, scottato dall'Iraq, torna realista e propone al Cremlino un patto sull'energia nucleare che rassicura zar Putin: non ti chiediamo cambiali democratiche, aiutaci nella guerra al terrorismo e non crearci guai e a casa tua fai quel che ti va, sognando l'autarchia energetica grazie a nuove trivellazioni lungo la costa.
Putin non starà ai patti, perché mai dovrebbe? Sa che la Cina lascerà scatenare Rocket man Kim Jong Il per spaventare gli americani e non dirà mai di sì sull'Iran. Negozierà e negozierà ma alla fine dirà no ad ogni sanzione dell'Onu contro Teheran nucleare.
C'è un libro bellissimo che vi invito a leggere per capire dove va la Russia, è il vecchio romanzo «Vita e destino» di Vasilj Grossman, edito in Italia da Jaca Book. Fantastico: un Paese che vive di passato e vuol sempre essere accettato nel futuro, dove la morale piega i potenti e gli umili, ma dove lo Stato crudele e onnipotente è sentito come necessità del destino. Aveva ragione il presidente Reagan a dire che l'Urss era «l'impero del male», ma i sudditi dell'Urss, i russi, erano spesso persone meravigliose, ricche di umanità, speranze, aneliti nella vita e nel destino. Il Paese di Checov contro i gulag.
Regalare a zar Putin il consenso occidentale è sbagliato. Non lo si può ostracizzare ma scambiare i diritti con il petrolio e il gas è esiziale. Dobbiamo continuare a tenere Mosca ingaggiata, a trattarla da pari, non chiudere commerci e frontiere. Ma sapendo, e dicendo a Putin che sappiamo, quanto il Paese stia scivolando indietro al suo passato terribile. Mentre salta Bombay e la Corea del Nord scaglia missili la Russia non può essere abbandonata o blandita. Dobbiamo diffidare del regime ma contare sui russi.
Il tam tam dei lettori rilancia l'epopea di Vasilij Grossman.
Autore: Jacopo Iacoboni
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Solo a un libro (e a uno scrittore) poteva capitare di conoscere il più beffardo dei successi postumi, un successo che non lo rende più facile ma più difficile - perciò più agognato - da trovare: il libro è Vita e destino e lo scrittore Vasilij Grossman. Entrambi valgono una storia da raccontare.
Il capolavoro di Grossman - che narra, tolstojano, la saga della battaglia di Stalingrado vista attraverso tre generazioni di una famiglia russa - è praticamente sparito dalle librerie italiane negli ultimi due mesi. Non che ce ne fossero tantissime copie, il libro è stato ripubblicato in Italia nel 2005 da un meritorio editore, Jaca Book, lo stesso che ha tenuto in vita cose come Emmanuel Lévinas o Vladimir Solovev. Però deve essere successo qualcosa di parecchio bizzarro, se negli ultimi sessanta giorni s’è come attivato un tam tam che l’ha fatto andare esaurito. Le librerie, dinanzi alle richieste (tante, per un librone così) hanno diligentemente inviato nuovi ordini alla casa editrice, la quale tuttavia non può ristamparlo per ragioni legate ai diritti dell’opera, detenuti in esclusiva dall’Age de l’Homme, la casa editrice di Losanna che, per prima, la pubblicò, e adesso starebbe pensando di bandire una nuova asta anche in Italia, magari per cedere i diritti a un grande editore. Dunque, se volevate leggere o rileggere Grossman dovrete correre in biblioteca prima delle vacanze.
Ora, cos’è che spinge una piccola folla di lettori a ricercare questo autore così grande e così laterale, obliquo, sotterraneo, uno con una vita degna di una Achmatova, se non addirittura di Varlam Salamov? Grossman, osserva Vittorio Strada, è l’uomo che ha scritto «la più compiuta riflessione di epoca sovietica sulle analogie fra totalitarismo staliniano e nazista». E in effetti una scena esemplare del suo libro mostra come il torturatore e il torturato, nazista e sovietico, siano poi pronti a scambiarsi i ruoli, impensabili l’uno senza l’altro. Gianni Riotta, che ha rilanciato il libro scrivendone un mese fa sul magazine del Corriere della Sera, è convinto che non c’è libro che meglio descriva anche la Russia di oggi, «un Paese che vive di passato e vuol sempre essere accettato nel futuro, dove la morale piega i potenti e gli umili, ma dove lo Stato crudele e onnipotente è sentito come necessità del destino». Necessità, appunto. Destino.
Non è stato molto diverso da quello del suo libro, il destino di Grossman, la condanna alla sparizione e all’underground, quasi fosse un personaggio di un film di Kusturica che si fa prima vita, poi romanzo. Grossman era un funzionario sovietico che s’arruolò nell’Armata rossa per seguirne le battaglie della seconda guerra mondiale e raccontarle, convinto che la libertà significasse non solo combattere per essere liberi, ma anche capire «l’irripetibilità, l’unicità dell’anima di ogni singola vita». Così si mise a scriverle, quelle vite, partendo da una casa sotto assedio a Stalingrado, la grande epopea antinazista che fa baluginare per un istante il volto della libertà, poi presto annegato nelle vendette sovietiche post-guerra.
I primi a farne le spese furono gli ebrei russi, e Grossman proprio all’ebraismo si convertì, simpatia con gli ultimi, i vessati, gli unici tuttavia a saper restare dritti dinanzi al Tiranno. Quello che era il progetto di una grande tragedia collettiva in due libri si trasformò, almeno nel secondo (cioè Vita e destino) nell’epopea al termine di una notte in cui l’umano resiste, sì, ma nell’unica forma possibile, una perenne, inconclusa sfida al proprio destino.
Se ci pensate, è quello che accomuna le nostre piccolissime vite alla sua, e alla strana sorte di questo romanzo introvabile persino nell’Italia 2006. Fece fatica a uscire, Vita e destino, già in origine: il manoscritto del romanzo fu sequestrato dal Kgb nel 1961 e fu pubblicato postumo in Occidente vent’anni più tardi, nel 1984, arrivato fortunosamente in due copie due a Losanna. E ora che paf, l’abbiamo ritrovato, già ci sfugge di mano, duro destino avere un destino.
Iacoboni
Ebrei di Russia, un destino a tre facce
Autore: Vittorio Strada
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Nella preoccupante ondata di xenofobia razzistica che si diffonde in Russia tra estremistico-radicali delle giovani generazioni, assumendo la forma di feroci crimini contro persone «di colore», l'antisemitismo occupa un posto marginale, meno pericoloso del neoantisemitismo che, sotto la veste di critica del sionismo e di Israele, è diffuso in Occidente. È vero che nell'ambito di un'ideologia nazionalistica oscillante tra neonazismo e neocomunismo non mancano le invettive contro il «gioco giudaico» cui sarebbe sottomessa la Russia per una «cospirazione» organizzata dalle forze «reazionarie» occidentali, ma, come ha notato uno dei maggiori studiosi di problemi ebraici, John Klier, «ogni osservatore della società postsovietica deve con sorpresa constatare l'insuccesso di un uso dell'antisemitismo come strumento efficace di mobilitazione politica».
Il «problema ebraico», risolto nella realtà sociopolitica, è invece aperto nella Russia d'oggi retrospettivamente, sul piano storiografico, come tema di ricerca e riflessione sul suo bisecolare sviluppo a partire dalla fine del XVIII secolo, quando l'impero russo, allargando i suoi confini verso occidente (la Polonia), si trovò inaspettatamente ad avere la più numerosa popolazione ebraica al mondo, per arrivare alla fine del XX secolo, quando col crollo dell'«impero» sovietico un'intera epoca storica si è chiusa anche per gli ebrei russi, ora ridotti a un esiguo numero. L'opera recente di Aleksandr Solzenicyn Duecento anni insieme, che tante polemiche ha suscitato, è soltanto il caso più clamoroso, per la notorietà del suo autore, di tutta una vasta serie di studi storici e saggistici sulla «questione ebraica» in Russia.
Tra i numerosi momenti e aspetti del complesso, e spesso arduo e drammatico, rapporto tra mondo russo e mondo ebraico ai vari livelli l'episodio più problematico è quello riguardante l'azione rivoluzionaria sia nella sua fase tra Otto e Novecento, sia soprattutto nel periodo sovietico, quando gli ebrei, che la rivoluzione democratica di febbraio aveva liberato da ogni discriminazione a loro danno, dopo la presa comunista del potere vennero a occupare nel nuovo regime una posizione dirigenziale di rilievo non solo al vertice del partito, ma anche in tutte le sfere, la polizia politica e l'organismo del Gulag compresi. Si creò quell'immagine di un potere «giudaico-bolscevico» che il nazionalsocialismo usò come una delle sue armi ideologiche principali. A quest'ultimo tema è dedicata la prima seria ricerca storica: Gli ebrei russi tra i rossi e i bianchi (Moskva Rosspen 2005) di Oleg Budnitskij.
Nel suo libro Budnitskij considera il periodo relativamente breve (1917-1920) della «guerra civile» combattuta tra la compatta massa dei «rossi» bolscevichi e la schiera composita dai loro avversari, i «bianchi», con gli ebrei russi divisi tra i due campi, ma con una netta preponderanza nel primo che, a differenza di quello controrivoluzionario, non aveva remore ad accoglierli, garantendo loro una integrazione nel nuovo sistema sociopolitico sovietico che li «degiudeizzava» in senso cultural-religioso, senza tuttavia poter cancellare la loro «ebraicità» agli occhi dei russi e degli stranieri.
Fu comunque per gli ebrei russi un'esperienza tragica, se si pensa che in quegli anni ne furono fisicamente annientati decine di migliaia (Budnitskij arriva a parlare di duecentomila vittime), un massacro senza precedenti che sembra quasi un preannuncio dell'Olocausto. Budnitskij polemizza con storici come Richard Pipes e Ernst Nolte che nel «filosemitismo» dei «rossi», come nel filobolscevismo di gran parte degli ebrei, hanno visto una causa dell'anticomunismo nazista e nell'antisemitismo di buona parte dei «bianchi» uno stimolo del razzismo hitleriano. La tesi che fa del nazionalsocialismo una «risposta» o «reazione» al bolscevismo «giudaico» è respinta come un tentativo di razionalizzare un'ideologia irrazionale che aveva sue proprie, profonde fonti organiche.
Va ricordato però che nel 1923 un gruppo di ebrei russi di «destra» in un libro, edito a Berlino, dal titolo La Russia e gli ebrei, denunciarono il pericolo derivante dall'ampia partecipazione degli ebrei alla rivoluzione bolscevica e in un appello Agli ebrei di tutti i Paesi! scrissero: «Il potere sovietico si identifica col potere ebraico. E l'odio profondo per il bolscevichi si trasforma in un identico odio per gli ebrei (…). Ciò avviene non soltanto in Russia. Tutti, assolutamente tutti i Paesi e i popoli sono sommersi da ondate di giudeofobia, spinta dalla tempesta che ha abbattuto la potenza russa. Mai prima sulla testa del popolo ebraico si erano accumulate tante nubi minacciose». Era però la Russia, la complessità di tutta la sua secolare storia, la «responsabile» della catastrofe del 1917, e non la sua componente ebraica, anzi fu proprio l'antisemitismo diffuso in Russia a spingere buona parte di questa nelle file bolsceviche, lasciando una loro parte minoritaria nel campo opposto a difendere la Russia tradizionale, nonostante il nuovo semitismo controrivoluzionario.
Situazione tragicamente complessa, che non esentò gli ebrei russi sovietizzati dalle pesanti corresponsabilità, spesso dirette, per gli enormi crimini commessi dagli organi polizieschi e supportati dagli apparati ideologici del regime, e non li salvò poi dalle persecuzioni già al tempo delle «purghe» degli anni Trenta, quando vittime e carnefici erano spesso entrambi ebrei, e soprattutto alla fine del potere staliniano, nel dopoguerra, quando su di loro in particolare si abbattè la repressione del regime.
Budnitskij quantifica questa evoluzione considerando la percentuale della presenza di ebrei nell'apparato della polizia segreta comunista: a partire dagli anni Venti tale percentuale crebbe in modo del tutto sproporzionato rispetto alla percentuale degli ebrei nella popolazione globale, fino a raggiungere, nelle file direttive, il 39 per cento nel 1936 per decrescere al 10 per cento nel 1941, mentre ad aumentare, alla fine degli anni Trenta, cominciò il numero dei russi e degli ucraini: «Alla fine degli Quaranta-inizio anni Cinquanta la presenza degli ebrei negli organi repressivi si era praticamente ridotta a zero». Proprio con la guerra antinazista, quando l'Olocausto prima e la formazione di Israele poi divennero il fulcro di una nuova identità anche per gli ebrei sovietici, per questi finiva la lunga fase di identificazione e collaborazione col regime comunista (all'estero le cose andavano altrimenti). Il romanzo di Vasilij Grossman Vita e destino,
il più veridico sulla Seconda guerra mondiale in lingua russa, è la sofferta testimonianza di questa storica vicenda.
Quasi mille nella sinagoga e già cento per Grossman (Casale Monferrato)
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Autore: S. M.
Vasilij Grossman, genio trascurato in Italia
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Autore: F. Sessi
La vera storia del libro perseguitato dal Kgb
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Autore: M. Gersony
La Campagna di Russia e il mulo italiano
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Autore: Agorà
Vita e destino
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Autore: M. Pianta
Male e verità la lezione di Grossman
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Autore: L. Scaraffia
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Il convegno sullo scrittore Vasilij Grossman che si è tenuto a Torino è stato una straordinaria occasione per riflettere sul problema del male nella storia del Novecento e sul rapporto fra storia e romanzo. C'erano specialisti della cultura russa (Vittorio Strada e Adriano Dell'Asta), filosofi (Giuseppe Riconda), storici statunitensi e britannici, ma anche alcuni testimoni (Bendikt Sarnov e Lazar Lazarev) delle traversie subite dal romanzo e dal suo autore nella Russia sovietica, e con loro Vladimir Dimitrievic, direttore dell'Age de l'homme, l'editrice che per prima ha pubblicato «Vita e destino», il romanzo di Grossman al centro del convegno. Grande è stata l'emozione quando Dimitrievic ha mostrato il microfilm con il quale gli era arrivato «Vita e destino», mentre i due studiosi russi hanno rievocato commossi la gioia e il sollievo provati nel sapere che il romanzo, proibito e distrutto in Unione Sovietica, non era andato perduto e sarebbe uscito in Occidente. Oltre le testimonianze, l'importante novità del convegno è stata appunto la riflessione sul male, del quale Grossman ha saputo con bruciante acutezza rivelare la natura in quanto menzogna e cancellazione della verità, attraverso una mistificazione del bene. Per lo scrittore l'opposizione al male è dunque una lotta per la verità, al fine d'impedire che una finzione ideologica venga fatta passare per realtà. Il totalitarismo sarebbe quindi la pretesa di eliminare la realtà in nome di un'idea, e non espressione di malvagità personale e manifestazio-ne di un potere tirannico. L'aspetto più terribile dei totalitarismi del Novecento risiede infatti nel bene di cui si ammantano e che inganna anche persone buone e virtuose nel loro privato. Molti relatori hanno sottolineato come sia stata proprio la natura di artista ad aprire gli occhi a Grossman e a trasformarlo da entusiasta seguace del comunismo sovietico in suo critico implacabile. Ma è stato anche notato quanto di questa lucidità gli derivasse dall'essere ebreo, vittima quindi di una doppia tragedia. Dell'Asta ha infatti acutamente osservato come le più lucide denunce del male novecentesco siano venute da due intellettuali ebrei - Hannah Arendt e Grossman - pervenuti nello spesso periodo (i primi anni Sessanta) e per vie indipendenti, a conclusioni molto simili. È così un vero peccato che a questo convegno, incentrato sul problema del male nella storia del Novecento, non abbiano partecipato storici italiani, ma solo studiosi di cultura russa e filosofi: segno evidente di una grave mancanza e del disinteresse da parte dei nostri contemporaneisti (anche torinesi), perché a chiunque insegni storia contemporanea è chiaro come il nodo del male sia centrale nell'interpretazione delle tragedie del secolo scorso e di quanto sia difficile spiegarne agli studenti la natura e le vere radici. C'è allora da sperare che molti giovani, anche senza il consiglio dei professori, leggano la nuova edizione di «Vita e destino». Per trarne le loro conclusioni.
Scaraffia
Tratto da: The Real Patriotic War, di Anne Applebaum, «The New York Review of Books», Volume 53, Number 6 (April 6, 2006).
“For Grossman, the ending was not happy. Partly as a result of The Black Book, and partly thanks to some scenes in Life and Fate which were openly critical of Stalin and Stalinism, Grossman lost his official standing. Neither book was published in his lifetime, and neither appeared in Russian at all until the 1990s. He died in deep poverty in 1964, believing that his greatest work would never appear in print. That royalties from A writer at war will go to his remaining family is a small compensation.
Yet despite his disillusion with Stalinism, his troubles with the authorities, and his battles with censors, it is nevertheless true that Grossman maintained in his published articles, as well as in his private notebooks, some authentic allegiance to a Soviet ideals, or at least allegiance to the ideal of the good and brave Red Army soldiers. Indeed, optimistic, upbeat anecdotes about individual soldiers are scattered throughout the notebooks, lightening up the otherwise gloomy tales of blood and gore. Early on in the war, amid the terrible destruction being wrought by the Nazi invaders, Grossman found hope and inspiration in the story of one commander who, though retreating in the face of an overwhelming Nazi attack, «looked at the grey, tired faces of his reconnaissance men, looked at the grey houses of the village, so defenceless and small, looked at the incessant flow of German troops», and nevertheless scribbled a note for the invaders to find: «You’ll never see Moscov! The day will come when we will ask you: «How many kilometres to Berlin?»”.
Tratto da: Noise, Fire, and Hunger, di Josef Skvorecky, «The New York Review of Books», Volume 33, Number 12 (July 17, 1986).
“The damaging comparison of the two ideological worlds is carried mainly through such juxtaposition. At the beginning of Chapter 50, Semyonov, a Red Army soldier, after eleven days on a train to a POW camp, is handed over, almost starved to death, to the Nazi commandant of a railway station. The commandant, a middle-aged German, glances at the dying soldier and turns to his interpreter. «Let him crawl to the village,» he decides. «He’ll be dead by tomorrow. There’s no need to shoot him». But the soldier survives; a kulak woman takes him into her house. He recovers, they talk about collectivization. The old peasant recalls scenes from the terrible year of the famine: The young men from the city went from house to house, hardly glancing at the dead and dying, searching cellars, digging holes in barns, prodding the ground with iron bars…They were searching for the grain hidden away by the kulaks. One sultry day Vasily Chunyak had breathed his last breath. Just then the young men from the city had come back to the hut. One of them, a man with blue eyes and an accent just like Semyonov’s, had walked up to the corpse and said: «They’re an obstinate lot, these kulaks. They’d rather die than give in».
Other young activists reappear toward the end of the novel. The year is 1937, the beginning of the great purge, the setting is Moscow. Yet the central image of the scene clearly evokes another, equally sinister place: They had executed people…every night. The chimneys of the Moscow crematoria had sent up clouds of smoke into the night, and the members of the Communist youth organization enlisted to help with the executions and subsequent disposal of the bodies had gone mad.”
“Shtrum is a constant victim of this struggle between the compulsion to speak one’s mind and the instinct for self-preservation. Since the military crisis at the time forced the state to tone down its insistence on ideological purity and supplant Party loyalty with old-fashioned Russian patriotism, people say things they would never have had the courage to say «before the war». But even so, when the most daring speaker in Shtrum’s circle of scientists, Madyarov, goes too far, his fear plays another trick on Shtrum: Isn’t this intellectual daredevil really an informer? An agent provocateur?
The suspicion never leaves the academician, and through half the book the name of Madyarov evokes nerve-racking uncertainty. Shtrum’s fright culminates when the new scientific theory he’s worked out – apparently something concerning atomic energy – comes in for increasingly savage criticism. Friends advise him to recant publicly at a session of the academy. This, however, is too much and Shtrum refuses. He then lives through night-marish days alternating between moral euphoria and animal fear, but he holds out; he is mentally preparing himself for a life in some very subordinate position, perhaps – very likely – even for a life (and death) in the ominous regions of the north. He has conquered fear.”
Tratto da: In Dubious Battle, di Philip Rahv, «The New York Review of Books», Volume 19, Number 5 (October 5, 1972).
“Moreover, the sturdy ideal qualities of Karatayev-Bagodaryov are associated with Solzhenitsyn’s admiration for another very Russian trait, as when he exultingly observes that «no disaster, no amount of bloodshed, is ever enough to galvanize Russians out of their passive endurance». In this admiration of suffering in passive endurance Solzhenitsyn is clearly at one with both Tolstoy and Dostoevsky. He fails to perceive the extreme ambiguity of this conspicuous Russian trait. It is by no means the purely positive quality that Solzhenitsyn, like his great predecessors, takes it to be. There is something about it which one can only regard as insidious. For, after all, did not this Russian compliance and acquiescence in passive suffering make possible the emergence of both the tsarist and Stalinist autocracy?
Another Russian writer, Vasily Grossman, debates this question in his recent novel Forever Flowing. He ponders the paradox that runs throughout Russian history, the paradox that there exists in the same people a «meekness and readiness to endure suffering…unequalled since the epoch of the first Christians » together with a «contempt for and disregard of human suffering» as well as a certain subservience to abstract theories on human welfare. He contends that the great Russian writers, the radicals no less than the reactionaries, idealized Karatayevism as singularly Russian and noble and therefore vastly to be preferred to the mushy liberalism of the West.
Grossman concludes that in «the Russian fascination with Byzantine, ascetic purity, with Christian meekness, lives the unwitting admission of the permanence of Russian slavery. The sources of this Christian meekness and gentleness, of this Byzantine, ascetic purity» are also discernible in the «Leninist passion, fanaticism, and intolerance». It is clear that this trend of thought is completely alien to Solzhenitsyn, who sometimes seems to accept uncritically the Russian tradition even while contradicting it in advocating efficiency and modernization so forcefully. Looked at purely as a novelistic character, Blagodaryov is truly admirable, but what he represents is a profound attachment to the Russian past, which is obviously at odds with the technocratic and practical bias that pervades the novel.
Tratto da: Mastering Speech, di John Bayley, «The New York Review of Books», Volume 33, Number 10 (June 12, 1986).
For Brodsky Platonov is a touchstone for what is wrong with other recent Russian prose, whether inside the Soviet system or in revolt against it. Even such a moving book as Vasily Grossman’s Life and Fate, a “family” novel that takes place in Russia at the time of Stalingrad, suffers from being locked into the system, stylistically speaking, so that its powerful scorn for the Nazi and communist ideologies, which it regards as virtually equivalent, cannot escape from the stylistic atmosphere that they have perpetuated. Brodsky clearly has great respect also for Andrei Sinyavsky and for Vladimir Voinovich, but it might be felt that fate and history have placed them too far outside the vanished world of civilization and humor to which he and Auden in some way belong.
Tratto da: Writing in the Shadow of the Monolith, di Carl R. Proffer, «The New York Review of Books», Volume 23, Number 2 (February 19, 1976).
Probably the most important prose in Continent is the series of excerpts from Vasily Grossman’s For The Right Cause. But the late Grossman’s friends in the Soviet Union are angry with the editors for printing only parts of a novel which is famous for being the only manuscript in the history of Russian literature to have been put under physical arrest. After Grossman sent it to a Soviet journal, the editor passed on the offending pages to the KGB, who sent operatives with a warrant for the arrest of the manuscript. All know copies, drafts, and notes were carried off, and, so everyone thought, destroyed. Then, mysteriously, some years later a copy turned up, and then multiplied.
Tratto da: Stalin and the Jews, di Robert Conquest, «The New York Review of Books», Volume 43, Number 12 (July 11, 1996).
The great novelist Vasily Grossman, whose career and creative work are intricately linked with the persecution of Jews, writers that there were three levels of anti-Semitism: “the relatively harmless day-to-day type; a “social” variety found in the press and television and such activities as boycotts of Jewish merchants; and third and worst, “State anti-Semitism,” common to “totalitarian countries where society as such no longer exists.”
Day-to-day anti-Semitism, as seen lately in some black quarters in New York, tends to emerge among poor or deprived people, some of whose members see, and envy, the more prosperous neighbourhood shopkeepers of different origins- Jews, Koreans, and others. The situation was roughly analogous in some Russian localities.
Cent'anni fa nasceva Vassilij Grossman
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Autore: ANSA
L'inferno quotidiano di Vassilij
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Autore: Redazione
La Campagna di Russia e il mulo italiano
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Autore: V. Grossman
Grossman, la vita oltre Stalingrado
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Autore: P. Colognesi
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ANNIVERSARIO
Torino celebra con una serie di iniziative il centenario della nascita del grande scrittore russo, tra i primi a denunciare i gulag. Lo stesso Stalin lo attaccò e lui morì senza aver visto pubblicato il suo romanzo «Vita e destino». Non si capisce niente delle sue parole se non si è disposti a svelarsi e compromettere l'esistenza, accettando la domanda sul proprio destino.
Provo imbarazzo nello scrivere sul centenario della nascita di Vasilij Grossman, avvenuta il 12 dicembre 1905. Non certo perché l'autore non meriti tutta la nostra attenzione. Anzi, più si studia la sua vicenda letteraria, più lo si scopre come uno dei colossi della letteratura (non solo russa) del secolo passato. Una vicenda iniziata con l'entusiasta apprezzamento del guru della narrativa sovietica Maksim Gor'kij e proseguita con brillanti successi fino all'acme della battaglia di Stalingrado, vissuta e raccontata per il giornale dell'Armata Rossa direttamente dall'interno dell'inferno bellico. Quell'esperienza segnò indelebilmente Grossman, svelandogli la superficialità di ogni approccio ideologico e la necessità, invece, di amare e descrivere la vita umana nella sua semplice e abissale profondità, fatta dell'eterna lotta tra meschinità e bontà, fatta di desiderio struggente del destino buono, cui nessuna cattiveria si può ultimamente opporre. Lo scrittore decise di fare dell'umanità vista a Stalingrado materia di un grande romanzo. La prima parte di Per il bene della causa fu pubblicata nel 1952 e subì pesanti attacchi, suggeriti direttamente da Stalin. Grossman non si perse d'animo e scrisse anche la seconda, e ben più profonda, parte Vita e destino, sperando che il timido disgelo chruscioviano gli consentisse di pubblicarla. Ma il manoscritto fu requisito; il custode dell'ortodossia sovietica, Suslov, gli disse che quel romanzo avrebbe dovuto aspettare centinaia di anni prima di vedere la luce. E Grossman morì (nel 1964) senza avere più neanche con sé il manoscritto. Fortunatamente, una copia l'aveva data ad un amico, che riuscì a farla pervenire in Occidente, dove il libro uscì (anche in italiano) all'inizio degli anni Ottanta. Vita e destino è un capolavoro. E bene ha fatto il Centro culturale Frassati di Torino a dedicarvi una mostra, una rassegna cinematografica e un convegno (vedi qui sotto), che da qui a fine gennaio ci potranno aiutare ad entrare nel dr ammatico, crudele, dolcissimo mondo di Grossman. Allora, perché l'imbarazzo? Perché Grossman, in specie nel suo capolavoro, è esigente; non si presta al giochino delle asettiche interpretazioni e delle disquisizioni letterarie. Richiede, piuttosto, un coinvolgimento, una messa in discussione intima. Non si può capire niente dello spessore che parole come vita, bontà, dolore, libertà o destino hanno nelle pagine di Grossman se non si è disposti a mettersi a nudo, a svestirsi di ogni superficialità, a compromettersi con la propria, di vita, ed accettare la domanda inquietante sul proprio, di destino. Si provi a leggere il breve racconto inedito che la rivista La Nuova Europa pubblica nel suo ultimo fascicolo e che in questa pagina in parte riproponiamo. Si intitola La strada e il protagonista è un mulo italiano impiegato nella disastrosa campagna di Russia. C'è uno struggimento, una malinconia, un crollo nell'indifferenza e, da ultimo, una imprevista apertura di speranza su cui non si può discutere e dialettizzare. Si può solo starci di fronte, fremere dei suoi stessi desideri, sentire il bruciore delle medesime tentazioni, sorprendersi commossi dell'inattesa positività. Solo ponendoci in questo modo di fronte alle sue pagine, Grossman sarà degnamente celebrato.
L'INEDITO
Un apologo del 1961 in cui l’animale, al seguito dei nostri soldati spediti in Urss da Mussolini, viene catturato dai cosacchi e fraternizza con un quadrupede «nemico»
La campagna di Russia e il mulo italiano
di Vasilij Grossman
La guerra toccò a tutti coloro che vivevano nella penisola appenninica. Il giovane mulo Giù, arruolato nelle salmerie di un reggimento di artiglieria, fin dal 22 giugno 1941, ebbe subito sentore di molti cambiamenti, anche se naturalmente non sapeva che il Führer aveva convinto il duce a entrare in guerra contro l'Unione Sovietica.
La gente si sarebbe meravigliata se avesse saputo quante cose c'erano all'Est: la radio che trasmetteva ininterrottamente, la musica, le porte spalancate della scuderia, folle di donne con bambini intorno alla caserma, e bandiere che sventolavano sulla caserma, e l'odore di vino che emanava anche da quelli che prima non sapevano di vino, e le mani tremanti del conducente Niccolò, mentre faceva uscire Giù dallo stallo e gli metteva i finimenti. Il conducente non amava Giù, lo attaccava al tiro a sinistra, per aver più agio di frustare il mulo con la destra. E lo frustava sul ventre, non sull'ampia e solida groppa; la mano di Niccolò era pesante, scura, con le unghie ricurve - una mano da contadino.
Giù era indifferente nei confronti del suo compagno di tiro: un animale grosso e forte, zelante, burbero; sul petto e sui fianchi aveva il pelo consumato da cinghie e corregge, le grigie chiazze spelacchiate rilucevano di un grasso riflesso color grafite. Gli occhi del suo compagno erano velati da una patina azzurrognola, il muso con i denti gialli consumati manteneva un'espressione indifferente, sonnacchiosa sia che si salisse un'erta camminando sull'asfalto rammollito dall'afa, sia che si sostasse all'ombra degli alberi. Giù aveva provato qualche volta per gioco a punzecchiare il vecchio, ma quello aveva mollato tranquillamente, senza cattiveria, un calcio al giovane mulo e si era voltato dall'altra parte. E così smisero di far caso l'uno all'altro, benché giorno dopo giorno tirassero il carro carico di casse di munizioni, bevessero allo stesso secchio, e di notte Giù sentisse il vecchio respirare faticosamente nello stallo accanto al suo. (...)
Quando iniziò l'offensiva russa, il gelo non era particolarmente crudo. Giù non fu preso dal panico durante il devastante fuoco aperto dall'artiglieria. Non strappava le tirelle, non scartava mentre nel cielo nuvoloso divamparono i bagliori dell'artiglieria, la terra cominciò a tremare e l'aria, lacerata da urla e boati, si riempì di fuoco, fumo, zolle di neve e di fango. Il flusso dei fuggitivi non lo inghiottì, rimase fermo con la testa e la coda basse, mentre accanto a lui fuggivano, cadevano, balzavano nuovamente in piedi e scappavano, strisciavano uomini, strisciavano trattori, avanzavano autocarri dal muso rincagnato. Il suo compagno lanciò uno strano grido, con una voce simile a quella umana, cadde, annaspò con le zampe, poi si zittì, e la neve intorno a lui si tinse di rosso. La frusta giaceva sulla neve, anche il conducente Niccolò giaceva sulla neve. Giù non sentiva più scricchiolare i suoi stivali, non fiutava più l'odore di tabacco, di vino, di cuoio. Il mulo se ne stava lì indifferente e remissivo, senza attendere che si compisse il suo destino: il vecchio e il nuovo destino gli erano ugualmente indifferenti. (...)
Ed ecco avvicinarsi a Giù un uomo con la frusta. Esaminò Giù, e il mulo avvertì l'odore di tabacco e di cuoio che emanava dall'uomo. Il conducente attaccò Giù a un carro tirato da una sola cavalla, senza compagno. La cavalla era scura, piccola, il mulo adulto era più alto di lei. La cavalla lo guardò, abbassò le orecchie, poi le rizzò, quindi scrollò la testa, si voltò, infine alzò una zampa posteriore preparandosi a scalciare. Era magra, e quando inspirava le si disegnavano le costole sotto la pelle, e sulla sua pelle, come sulla pelle di Giù, si scorgevano escoriazioni sanguinanti. Giù se ne stava fermo, a testa bassa, continuava ad essere indifferente al fatto di esistere o no, quietamente indifferente al mondo, perché il mondo pianeggiante lo stava annichilendo con indifferenza. (...)
Ben presto le salmerie si misero in moto. Il carro riprese a cigolare come di consueto, e davanti agli occhi si ripresentò la strada, e alle spalle il peso, il conducente, la frusta, ma Giù sapeva che la strada non l'avrebbe aiutato a liberarsi del carico. Partì al trotto, e la pianura innevata non aveva né principio né fine. Ma stranamente, nel suo consueto muoversi nel mondo dell'indifferenza, sentiva che la cavalla che gli correva accanto non era indifferente nei suoi confronti. Ad esempio, dimenava la coda in direzione di Giù, e la coda morbida come la seta non aveva niente a che vedere con la frusta o con la coda del suo antico compagno, sfiorava affettuosamente la pelle del mulo. Di lì a un po' di tempo la cavalla riprese a dimenare la coda, eppure nella pianura nevosa non c'erano né mosche né moscerini né tafani. Anche Giù lanciò un'occhiata in tralice alla cavalla che gli correva accanto, e proprio in quell'istante anch'essa lanciò un'occhiata nella sua direzione. Il suo occhio non era più maligno, ma lievemente malizioso. Nel monolito dell'indifferenza universale serpeggiò una piccola sinuosità, una crepa.
E quando il convoglio si fermò, e il conducente li staccò ed essi bevvero lungamente acqua al medesimo secchio, la cavalla si avvicinò al mulo e gli appoggiò la testa sul collo, e le sue morbide labbra frementi gli sfiorarono l'orecchio, mentre lui guardava fiducioso i malinconici occhi della cavallina del kolchoz, e il suo respiro si mischiava con il caldo, bonario respiro di lei. In questo bonario calore si ridestò ciò che si era assopito, riprese vita ciò che da tempo era morto, il dolce latte materno che amava quando era poppante, la prima erbetta della sua vita, e l'aspra pietra rossa delle strade montuose abissine, e la calura dei vigneti, e le notti di luna negli aranceti, e il terribile superlavoro che sembrava averlo ucciso fino in fondo con la sua indifferente oppressione, ma eppure, evidentemente, non l'aveva ucciso fino in fondo.
Vassilij Grossman vita e destino della tragedia
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(file danneggiato)
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